

107. Il maggior peso delle motivazioni politiche.

Da: D. K. Fieldhouse, Imperialism. An Historiographical Revision,
in F. Catalano, Stato e societ nei secoli, terzo, G. D'Anna,
Messina-Firenze, 1966.

Un importante contributo al dibattito sull'origine
dell'imperialismo  venuto da studiosi che, criticando le
interpretazioni di Hobson e di Lenin, i quali consideravano
determinanti le cause di tipo economico (vedi letture 105 e 106),
hanno assegnato un maggior peso a fattori di ordine politico e
sociologico. Lo storico inglese David Kenneth Fieldhouse collega
l'espansione coloniale alla situazione dell'Europa a partire dal
1870, quando ebbe inizio una crescente rivalit tra gli stati,
vennero nuovamente applicate tariffe protettive e la potenza
militare torn ad essere il criterio, il metro della grandezza
nazionale. In tal modo divenne sempre pi popolare l'idea
imperiale, fondata su concetti assurdi, irrazionali come la
superiorit della razza e il prestigio della nazione.


Il grosso fatto significativo degli anni dopo il 1870 fu che
l'Europa torn ad essere ancora una volta un campo di battaglia.
La creazione di una Germania unita, la sconfitta dell'Austria e,
soprattutto, della Francia dovevano dominare il pensiero europeo
fino al 1914. Tra la Germania e la Francia si ergeva la questione
dell'Alsazia-Lorena; e per entrambe la preoccupazione prima era
ormai un sistema di alleanze che potesse consentire, da parte
tedesca di prevenire un eventuale contrattacco francese, e, da
parte francese, potesse rendere possibile la revanche.
Inevitabilmente il resto dell'Europa fu trascinato nella politica
dell'equilibrio dei poteri tra questi due Stati; e per ogni uomo
di Stato la potenza militare torn ad essere il criterio, il metro
della grandezza nazionale. Altrettanto inevitabilmente, tale stato
di cose con le sue analogie, con la politica del diciottesimo
secolo, port con s un ritorno agli atteggiamenti del
mercantilismo. L'emigrazione verso paesi stranieri, invece di
essere considerata come valvola di sicurezza economica, divenne
ancora una volta una perdita di potenziale umano ai fini militari
o manifatturieri; e le statistiche demografiche tornarono ad
essere misura di forza nazionale relativa. Tornarono daccapo le
tariffe protettive, con il primario scopo di edificare una
autosufficienza nazionale e il potere di fare la guerra. [...].
Fu l'azione del Bismarck negli anni 1884-85, quando annunci il
formale controllo da parte della Germania di zone dell'Africa
occidentale e sud-occidentale e della Nuova Guinea, che diede
effettivamente inizio alla nuova fase dell'imperialismo politico:
per cui  di grande importanza esaminare le sue ragioni nel dare
alla Germania una politica coloniale. [...] Nel 1884 il Bismarck
sembra aver deciso che era ormai ora per lui di smettere di
recitare la parte dell'onesto mediatore nelle liti di altre
potenze a proposito dei loro possedimenti - Congo ed Egitto, per
farne un esempio - e che, per due motivi, l'uno e l'altro
essenzialmente diplomatici, la Germania doveva a questo punto
mettere sul tavolo le sue rivendicazioni sulle colonie. Primo
motivo: era desiderabile su un piano politico mostrare alla
Francia come l'aiuto prestato recentemente alla Gran Bretagna
nella questione egiziana non comportasse nessun atteggiamento
ostile nei suoi confronti, dal momento che lui era attualmente
disposto a un'azione per cui la Gran Bretagna si sarebbe
risentita. Secondo motivo: si doveva far vedere alla Gran Bretagna
che il sostegno ricevuto dalla Germania in campo coloniale doveva
essere ripagato da una pi stretta cooperazione in Europa.
In senso stretto, la corsa alle colonie fu il prodotto della
diplomazia, pi che di qualche altra forza pi positiva. La
Germania diede l'esempio reclamando il controllo esclusivo sulle
aree nelle quali essa aveva un sostenibile complesso di interessi
commerciali, ma solo come mezzo per aggiungere una dimensione
nuova alla sua potenza internazionale di trattativa, sia in vista
di quello che aveva gi preso, sia in vista di quello che avrebbe
potuto esigere in futuro. Il processo non poteva, quindi, essere
arrestato; poich in condizioni di tensione politica, il timore di
essere lasciati fuori dalla spartizione del globo passava sopra a
qualsiasi altra considerazione. L'Inghilterra fu, forse, la sola a
mostrare una sincera riluttanza a prendersi la sua porzione; il
che fu dovuto tanto all'enorme posta in gioco nella conservazione
di uno status quo per ragioni di commercio, quanto al suo
persistente realismo nella valutazione del valore sostanziale,
effettivo delle terre in questione. E il fatto che si inserisse a
sua volta nella competizione, dimostra fino a che punto fossero
contagiose le nuove forze. In effetti, sino alla fine del secolo,
l'imperialismo pu essere visto meglio come estensione alla
periferia della lotta politica in Europa. Al centro l'equilibrio
era sistemato cos bene, che non era possibile nessuna azione
positiva, nessun mutamento importante nella posizione o nel
territorio di una delle parti. Ecco dunque che le colonie
divennero il mezzo per uscire dall' impasse; fonti di forza
diplomatica, accessioni territoriali che davano prestigio,
speranza di futuro sviluppo economico. Nuovi mondi stavano per
essere messi in vita, nella vana speranza che avrebbero conservato
o raddrizzato l'equilibrio del vecchio mondo. [...].
L'effettiva rottura nella continuit dello sviluppo del
diciannovesimo secolo - la rapida estensione del controllo
formale su zone indipendenti dell'Africa e dell'Oriente - fu
nella sua origine un fenomeno specificamente politico, il prodotto
di timori e di rivalit nell'ambito europeo. La gara per le
colonie, essendo altrettanto tipica di paesi economicamente deboli
come l'Italia, quanto di altri in possesso di grandi risorse di
capitale disponibile per collocamento oltremare, fu davvero, con
la maggiore evidenza, un ritorno alle origini nel senso
dell'imperialismo del diciottesimo secolo, piuttosto che il tipico
prodotto del capitalismo del diciannovesimo in una fase avanzata.
E il fervore ideologico che divenne il tratto dominante del
movimento imperialistico dopo gli anni '90 fu pi il risultato
naturale di questo febbrile nazionalismo che il prodotto
artificiale di interessi economici privilegiati. [...].
Nella nuova quasi-democratica Europa la popolarit dell'idea
imperiale segn il rifiuto della sana moralit dei libri
contabili, e l'adozione di un credo basato su concetti assurdi,
irrazionali come la superiorit della razza e il prestigio della
nazione. Sia che noi lo interpretiamo, come fece nel 1919
l'economista austriaco J. A. Schumpeter, come un ritorno alle idee
delle vecchie monarchie autocratiche dell' ancien rgime, o come
qualcosa, invece, di completamente nuovo - il primo dei miti
irrazionali che hanno dominato la prima met del ventesimo secolo
- resta chiaro che l'imperialismo non pu essere spiegato in
semplici termini economici o richiamandosi al capitalismo
finanziario. Nella sua forma matura pu essere meglio descritto
come fenomeno sociologico con radici nei fatti politici; e pu
essere dovutamente compreso soltanto nei termini di quella
medesima isteria sociale, che da allora ha dato origine ad altre e
ben pi disastrose forme di nazionalismo aggressivo, quali il
fascismo e il nazional-socialismo di Hitler.
